Patricia Ferro

Molto prima del Grattacielo

Fino a metà dell’800 la zona dove oggi sorge il Grattacielo,  era occupata da conventi e le proprietà era principalmente di diversi ordini religiosi; nell’isolato dove oggi sorge il ​grattacielo, sulla Strada alla Torricella (l’attuale via Alberoni) c’era il Monastero delle Orfane che dava il nome anche all’attuale Viale dei Mille (Cantone delle Orfane); nell’isolato del giardino, quasi di fronte all’attuale scuola Alberoni, c’era il Convento di Santa Maria di Loreto in competizione con quello di San Savino che aveva diverse proprietà nell’isolato .

 

Con la realizzazione della ferrovia Bologna Piacenza nel 1859, la realizzazione del ponte ferroviario e il prolungamento della linea ferroviaria fino a Milano nel 1865, l’inaugurazione della tramvia Piacenza – Bettola nel 1887, diversi progetti pubblici e privati vogliono dare alla zona della stazione il ruolo urbano necessario e la zona si trasforma completamente.

 

Tra il 1860 ed il 1890, abbattendo case e conventi, viene realizzato il giardino, prima come giardino privato voluto da Giacomo Costa (Palazzo Costa – Trattenero, Via Roma xx) che acquistò un'area di circa 32 pertiche piacentine non distante dal suo palazzo di via Roma, trasformandola in un ampio giardino all'inglese, percorso da sentieri curvilinei, macchie arboree diversificate, grotte, tempietti. Venne progettato dal cremonese Giovanni Motta che dipinse anche sul muro di cinta, ora scomparso, una prospettiva con un castello immerso in una foresta. Alla morte del conte (1880) il parco, già aperto regolarmente alla cittadinanza venne venduto al Comune che ne sacrificò una parte utilizzandola per sistemarvi il piazzale antistante alla stazione ferroviaria.

 

In quella circostanza se ne affidò il riassetto (1893) alla ditta torinese di Giuseppe Roda, attiva anche per casa Savoia. ​Oggi è il più grande spazio verde della città (mq. 20.000 ca.). Un tempietto, una grotta e un obelisco è quanto sopravvive oggi dall'antico giardino abbellito anche da busti raffiguranti piacentini illustri. Tra le sue speci arboree sono due cedri del Libano, un faggio rosso, una soforae un boschetto di pini neri. Sul lato nord del parco, nelle vicinanze del piazzale della stazione, si erge il monumento bronzeo a Giuseppe Garibaldi, opera di Enrico Astorri (1859-1921), artista piacentino che si formò all’Istituto Gazzola.

Nel 1910 iniziano i lavori per la realizzazione della Scuola Alberoni e il Cantone Tibini viene ampliato in prolungamento del Viale dei Mille (già delle Orfane) in corrispondenza del viale pedonale, a ponente della carreggiata; .

Tra il 1910 e il 1924 viene realizzato il Quartiere Torricella, su area ceduta dal comune all’Istituto Piacentino Case Popolari; la direzione lavori è dell’ing. Mario Cascione, in rappresentanza dell’arch. Giovanni Broglio di Milano.

 

Nel 1913 la Società delle Tramvie Elettriche e Ferrovie presenta il progetto definitivo di ampliamento della Stazione tramviaria comprendente la demolizione del Bastione San Lazzaro.

Nel 1914 risulta insediato su Viale dei Mille il “Molino Rebora” di Giuseppe Rebora. L'azienda inizia l’attività nel 1882 a Borgonovo Val Tidone, ma diventato lo stabilimento insufficiente all'aumentato giro degli affari, Giuseppe Rebora decide di edificarne uno più ampio e moderno in città, acquistando un'area adiacente alla stazione ferroviaria. La scelta di Piacenza come sede dello stabilimento è funzionale alla sua posizione centrale rispetto alla pianura padana, all'equidistanza da grandi città come Genova, Milano e Bologna e alla presenza della ferrovia.

 

Il Molino a cilindri Giuseppe Rebora viene costruito tra il 1909 e il 1910 su progetto dell'ingegnere e architetto Carlo Chierichetti (Milano 28.20.1875 – 08.06.1962), che nel 1910 sposa Margherita Rebora, primogenita di Giuseppe. All'esterno l'edificio è rivestito da un paramento di mattoni a vista e da decorazioni in cemento armato di gusto vagamente floreale; sul prospetto frontale affacciato su viale dei Mille un fastigio centinato propaganda a caratteri cubitali ben visibili da lontano l'iscrizione “Giuseppe Rebora Molino a cilindri”.

 

Ciascuno dei 5 piani è destinato a una diversa tipologia di lavorazione della farina: “0”, “00”, la semola, la crusca il cruschello e gli altri derivati dalla macinazione del grano. Essendo un mulino a cilindri i processi produttivi si svolgono secondo un ciclo ininterrotto, giorno e notte. Nel cortile è presente un granaio assai capiente e un deposito dove il prodotto, confezionato in sacchi di juta, attende di essere smistato e inviato alla clientela. Al trasporto provvede la ditta anche attraverso un cospicuo parco di autocarri a motore. Grazie all'automatizzazione dei processi industriali (i cui meccanismi sono mutuati da modelli tedeschi studiati sul posto da Chierichetti) al mulino occorre una manodopera esigua, limitata a circa 30-40 unità.

 

Accanto agli edifici industriali sorge una palazzina per gli uffici dove negli ultimi anni di vita Giuseppe Rebora trasferisce la propria abitazione; in un angolo del cortile si trova un'edicola votiva preesistente che viene fatta restaurare da Andrea Rebora, figlio di Giuseppe. Dall'altra parte della strada s'innalzano le case di abitazione per le maestranze della ditta.

 

Nel 1902 Giuseppe Rebora si presenta alle elezioni amministrative municipali diventando consigliere nella giunta Boscarelli; è fondatore e presidente tra il 1906 e il 1919 della S.A. Officine Meccaniche; azionista di maggioranza della Industria Bottoni di cui patrocina la fusione con la ditta Galletto e C. diventando presidente della nuova società fino alla morte; è tra i fondatori della Società Petrolifera che esercita i pozzi di Tabiano e Fornovo; ricopre per 15 anni la carica di consigliere della Banca d'Italia. Sostiene e finanzia annualmente le attività della Croce Rossa Italiana e della Curia di Piacenza.

 

Muore a Piacenza il 4 novembre 1941 per le complicazioni di una bronchite, la salma viene tumulata accanto a quella della moglie nella tomba di famiglia al Cimitero di Staglieno, a Genova. Alla guida della ditta gli succede il figlio Andrea, che lo affianca nella gestione dal 1919 mantenendo l'abitazione della propria famiglia a Milano. L'attività produttiva dello stabilimento prosegue senza interruzione negli anni di guerra e nel periodo successivo cessando per difficoltà economiche tra il 1959 e il 1960. L'area e il complesso degli edifici vengono alienati da Andrea Rebora per poter liquidare secondo le norme di legge le maestranze.

Nel 1930-1931  si realizzano le Case per Ferrovieri in Viale Il Piacentino (ultimo tratto di Via Benedettine); nel 1934 viene abbattuta la barriera daziaria davanti alla stazione ed è sostituita da una fontana cinta da aiuole; il fabbricato viaggiatori fu costruito nel 1937 su progetto dell'arch. Roberto Narducci.

Nel 1936 la situazione produttiva risulta peggiorata anche per i due settori più importanti per l'economia piacentina della lavorazione dei prodotti agricoli e del bottonificio. Nel comparto molitorio, quattro moderni impianti a cilindri spiccavano su tutti gli altri avendo nell'insieme un potenziale produttivo di circa 600 mila q.li annui, come dire la metà di tutto il frumento prodotto nelle campagne della provincia, quello piacentino della ditta Rebora, secondo della provicia, è capace di 600 q.li al giorno.

Nel 1943 un bombardamento distrugge la Stazione ferroviaria, i ponti sul Po e l’Arsenale.

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